“Anche se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia, conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e avessi una fede tale da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.” (1 Corinzi 13,1-2)
Molte persone cercano nel cristianesimo la riflessione e il conforto di cui hanno bisogno. Sappiamo che la Chiesa fa parte di un progetto divino, del Corpo di Cristo, che mira a risvegliare nei cuori il dolce messaggio del Vangelo. Tuttavia, sappiamo anche che nelle nostre mani sono stati deposti i semi necessari affinché questo progetto raggiunga il suo scopo di irradiare, per grazia di Dio, quell’amore che trasformerà il mondo. Quando parliamo di crescita, sorgono nel nostro cuore, ed è una cosa molto positiva, riflessioni sul mantenimento dell’amore e dell’unità tra di noi. Tuttavia, spesso diventiamo distratti rispetto all’accoglienza dell’altro in una prospettiva autenticamente cristiana. Le attività quotidiane che si svolgono nelle nostre parrocchie tendono a orientarci verso pratiche liturgiche e opere di assistenza sociale che, quando diventano mera routine, ci rendono incapaci di vedere gli occhi di coloro che varcano le nostre porte. Partendo da questa considerazione, nelle pagine seguenti cercheremo di sviluppare alcune riflessioni su una proposta francescana di vivere il Vangelo, che abbiamo deciso di chiamare “Carità Attenta”. Una proposta che pone al centro lo sguardo sull’altro, in una prospettiva di accoglienza integrale e di liberazione di tutti coloro che incrociano il nostro cammino.
Non abbiamo la pretesa di presentare qualcosa di nuovo, il Vangelo ha già duemila anni, né di fondare una scuola di pensiero. Siamo troppo imperfetti per un’impresa del genere. Desideriamo soltanto riflettere profondamente su cosa significhi vivere pienamente il messaggio di Gesù, considerando nella carità attenta la valorizzazione totale dell’altro come elemento fondamentale del progetto di Cristo che libera. Si tratta semplicemente di riflessioni che propongo in questo lavoro; per questo motivo esso rimane aperto a critiche e modifiche che possano favorire la crescita del Vangelo nelle nostre vite.
Amare l’Amore
La tradizione francescana racconta che il Poverello era spesso visto camminare per le strade di Assisi, in lacrime, ripetendo: «L’Amore non è amato, l’Amore non è amato!»
Egli lamentava che il messaggio di Gesù non veniva vissuto da coloro che si professavano cristiani, e questo lo addolorava profondamente. Tuttavia, tale constatazione non lo conduceva alla prostrazione o allo scoraggiamento. Al contrario, Francesco trascorse tutta la sua vita, guidato dallo Spirito, predicando e testimoniando il Vangelo nella sua pienezza, senza lasciare nessuna anima umana priva di accoglienza e conforto.
“Io, frate Francesco, piccolo e povero, voglio seguire la vita e la povertà del nostro Altissimo Signore Gesù Cristo e della sua santissima Madre; e voglio perseverare in esse fino alla fine.” (Consigli a Santa Chiara, 1)
Per Francesco, perseverare fino alla fine significava amare intensamente ogni creatura vivente. Dalla sua esperienza decisiva nell’incontro con il lebbroso, egli imparò che l’amore è presente in modo nascosto in tutte le creature. Per questo, è a quell’amore che abita in tutti che dobbiamo dedicare tutta la nostra devozione. Le ferite presenti in ciascuno di noi, viste da questa prospettiva, richiedono tutta la nostra compassione e il nostro impegno. L’Amore significa letteralmente trasformare la terra. Quando è veramente amato, trasforma le tenebre in luce, le differenze in unità, l’alienazione in impegno, la disperazione in consolazione e gli occhi in un accesso diretto al mite Gesù, il cui messaggio vive in ogni cuore. Amare l’Amore significa andare ben oltre il semplice assistenzialismo vuoto o una catechesi separata dalla vita reale. In questa prospettiva, prima dell’assistenza c’è uno sguardo attento, critico e amorevole; prima e insieme alla catechesi c’è il cuore; e prima delle opere di pietra c’è il calore umano che trasforma realmente una costruzione in un tempio dedicato a Dio.
«L’Amore non è amato, l’Amore non è amato!»
In effetti, questa è ancora una realtà presente nel nostro mondo. Amare l’Amore significa prevalere sul male. Significa fare propria l’audacia di Francesco nel suo desiderio di trasformare il mondo in un regno di pace e giustizia. Amare l’Amore significa guardare l’altro negli occhi con tenerezza e compassione.
I SEMI CHE CADONO
“Ecco, il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava, una parte dei semi cadde lungo la strada…” (Matteo 13,3)
Questa parabola è una delle più conosciute tra noi cristiani. Gesù la utilizza per parlare del modo in cui ciascuno di noi accoglie il suo messaggio, ossia del grado di adesione al suo progetto di amore e di salvezza. Tuttavia, qui desideriamo coglierne un altro significato. Il testo ci dice che il seminatore, uscendo a seminare, lasciò cadere alcuni semi lungo il cammino. Ed è proprio su questo particolare che vogliamo costruire la nostra riflessione. La proposta della “Carità attenta” mira precisamente a questo: non possiamo permettere che i semi cadano lungo la strada.
Gesù ci insegna che molti dei semi caduti si persero: alcuni per mancanza di un terreno fertile e profondo, altri perché soffocati dalle spine. Sappiamo quanto sia difficile per un seme allontanarsi dalle mani del seminatore e non essere immediatamente raccolto e riportato al suo posto. Lontano dal seminatore e dal terreno adatto, il seme rischia di perdersi tra le spine di ogni genere. E quanto più il seminatore si allontana, tanto più il seme soffre e corre il rischio di morire. Pur sapendo che germogliare dipende dalla volontà personale, sostenuta dalla grazia di Dio, lontano dal seminatore tutto diventa molto più difficile. La grande opera costruita da Francesco d’Assisi ebbe proprio questo obiettivo: raccogliere i semi che, a causa di una Chiesa formalista e distratta, cadevano lungo il cammino nel Medioevo. Egli visse per questa missione e ad essa dedicò tutta la sua esistenza. Attento agli occhi dell’umanità, Francesco divenne una figura emblematica in un periodo conosciuto come “età delle tenebre”. Attraverso l’accoglienza e la vicinanza, mostrò la disattenzione presente nel cuore di molti cristiani, spesso troppo occupati da riti e formalismi. Anche noi non possiamo restare indifferenti davanti ai numerosi semi che ogni giorno appaiono nei nostri campi. Ampliare questi campi è necessario e motivo di gioia, ma dobbiamo vigilare affinché la crescita non avvenga senza accoglienza. Alcune parrocchie, cresciute enormemente nelle loro attività, assistono un numero sempre maggiore di persone. Tuttavia, cresce anche il numero di coloro che si sentono come in una grande istituzione, dove nessuno li guarda, li tocca o li accoglie realmente. Alcuni semi stanno cadendo lungo il cammino, e questo non possiamo permetterlo.
I TUOI OCCHI MI BASTANO
“Non dobbiamo considerare l’argento e il denaro più utili delle pietre.” (Regola non bollata VIII,4)
Uno dei simboli più conosciuti del francescanesimo è certamente la povertà. Spesso fraintesa, essa vuole soprattutto mostrare l’importanza di valorizzare nell’essere umano ciò che ha di più sacro: la sua condizione di figlio di Dio. Davanti all’altro dobbiamo riconoscere, attraverso il suo sguardo, la presenza della filiazione divina che lo abita. È questo il vero punto d’incontro e di accoglienza. Significa guardare una persona e dirle interiormente: «I tuoi occhi mi bastano.»
Vuol dire riconoscere con tenerezza ciò che abbiamo in comune con tutta la creazione: essere figli di Dio. Accogliere non significa semplicemente trattare bene chi ci chiede qualcosa. Significa amare veramente, ricevendo l’altro con devozione e affetto. Il primo biglietto da visita che mostra la presenza di Gesù in noi è il sorriso. Sorridere significa aprire all’altro le porte del nostro cuore; significa anche avere il coraggio di entrare senza paura nel cuore dell’altro. Che nelle nostre parrocchie gli occhi dell’altro non soltanto ci bastino, ma diventino anche nutrimento per il cammino che abbiamo scelto di percorrere. Che nulla sia più importante per noi degli occhi dell’altro, occhi che non devono mai sfuggire alla nostra attenzione.
OBBEDENDO ALLA LUCE
“La lampada del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo sarà nella luce.” (Matteo 6,22)
Gesù ci insegna che attraverso gli occhi possiamo diventare luce. Il messaggio di Francesco, per quanto apparisse innovativo nel suo tempo e continui a esserlo oggi, non fa altro che sottolineare le parole del Signore. Uno dei pilastri dell’opera del Poverello di Assisi è il concetto di obbedienza: un’obbedienza che ci trasforma in fedeli seguaci della luce. Per Francesco, essere obbedienti significa vivere il comando di Cristo: «Risplenda la vostra luce.»
Questo implica rispondere incondizionatamente agli appelli della Luce di Cristo. L’obbedienza francescana consiste nel permettere alla carità, all’amore verso il prossimo e al rispetto delle realtà ecclesiali di penetrare profondamente nel cuore, trasformando tutto il nostro essere. Obbedire, secondo Francesco, significa:
- guardare sempre con tenerezza;
- accogliere sempre, nonostante tutto;
- comprendere anche nelle divergenze;
- raccogliere i semi che cadono lungo il cammino;
- e soprattutto vigilare affinché non cadano.
LO SGUARDO CASTO
“Così, in questo mondo che passa, unita per sempre al suo nobile Sposo, ella trovava continuamente un nuovo gusto nei misteri dell’alto.” (Vita di Santa Chiara, 20)
In questo passo possiamo comprendere il vero significato della castità francescana. Unita a Cristo, Chiara d’Assisi trovò un nuovo sapore per la sua vita. Attraverso gli occhi di Gesù, scoprì un modo nuovo di guardare il mondo: la prospettiva dell’amore.
Coloro che si lasciano inondare dal Vangelo trasformano i loro occhi in fari di luce e di speranza, capaci di vedere possibilità di trasformazione anche nelle difficoltà della vita. Avere uno sguardo casto favorisce l’accoglienza incondizionata di chiunque si presenti davanti a noi. Significa guardare oltre le apparenze, oltre le ferite che nell’altro possono riflettere le nostre stesse fragilità. Significa, vedendo Cristo, abbracciare il prossimo con la stessa devozione e tenerezza che animarono la grande opera di Francesco e Chiara.
Queste sono soltanto alcune riflessioni nate dal desiderio di valorizzare lo sguardo come strumento privilegiato di evangelizzazione e di accoglienza. Essere attenti all’altro in ogni momento ci sembra una delle esigenze più urgenti del tempo presente. Insegnare e assistere sono aspetti fondamentali della nostra fede, e dobbiamo dedicarvi grande attenzione. Tuttavia, nella nostra umile opinione, fondata su una lettura francescana del Vangelo, soltanto attraverso gli occhi saremo davvero capaci di insegnare e servire in modo autenticamente cristiano e trasformante.
Pace e bene!
Fra Théofilo Bizantino