Dal Vangelo secondo Matteo – Mt 7,1-5
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello». Parola del Signore
Fratelli e sorelle carissimi, la Parola di Dio che la liturgia ci propone in questo Lunedì della XII settimana del Tempo Ordinario ci invita a compiere un esercizio tanto semplice quanto difficile, un esercizio che richiede coraggio e sincerità, perché ci chiede di fermarci, di fare silenzio dentro di noi e di guardare prima dentro noi stessi e poi agli altri, è un invito all’umiltà, alla conversione e a una fede più autentica, perché la fede non è solo un insieme di credenze o di riti da compiere, ma è un cammino di trasformazione interiore che comincia dal riconoscere chi siamo veramente, con le nostre luci e le nostre ombre, con le nostre virtù e le nostre fragilità, e solo dopo aver fatto questa fatica di guardarci dentro con onestà possiamo imparare a guardare gli altri con occhi nuovi, occhi di misericordia e non di giudizio, occhi di comprensione e non di condanna.
Nella prima lettura, tratta dal secondo libro dei Re, ascoltiamo una pagina dolorosa della storia d’Israele, una pagina che porta il segno delle lacrime e della sconfitta, il popolo viene travolto dalla sconfitta e dall’esilio perché si è progressivamente allontanato dal Signore, e questo non è stato un allontanamento improvviso, un gesto di ribellione consumato in un solo giorno, ma è stato il risultato di tante piccole scelte, di tanti passi falsi compiuti giorno dopo giorno, di un lentissimo scivolare lontano dalla sorgente della vita, come un fiume che si allontana piano piano dalla sua fonte fino a perdersi nel deserto, ed è stato un cammino di progressiva dimenticanza, hanno smesso di ascoltare la sua voce, hanno smesso di metterlo al centro, hanno smesso di considerarlo come l’unico Signore della loro vita, eppure il Signore non aveva abbandonato il suo popolo, non aveva voltato le spalle a chi si era allontanato, aveva inviato i profeti per richiamarlo alla conversione, aveva offerto occasioni per tornare sulla strada giusta, aveva teso la mano ancora e ancora, come un padre che non si stanca di aspettare il figlio che si è perso, ma il popolo non volle ascoltare, chiuse il cuore, indurì la nuca, preferì le proprie sicurezze alla voce di Dio, e alla fine raccolse il frutto amaro delle sue scelte, e fratelli e sorelle, anche noi possiamo correre lo stesso rischio, non necessariamente rifiutando Dio in modo esplicito, non con un gesto plateale di ribellione, ma lasciandolo ai margini della nostra vita, relegandolo in un angolo, riducendolo a un ricordo del passato o a una presenza che non conta più nelle scelte di ogni giorno, quando non troviamo più tempo per la preghiera, quando il Vangelo non orienta più le nostre decisioni, quando ascoltiamo solo noi stessi e le nostre voci interiori, il cuore si allontana lentamente dal Signore, quasi senza accorgercene, e un giorno ci svegliamo e scopriamo che siamo lontani, che abbiamo smarrito la strada, che il nostro rapporto con Dio si è raffreddato e ridotto a poche formule ripetute senza cuore, e per questo è importante ritagliare ogni giorno un momento per ascoltare Dio, non come un impegno da aggiungere alla lista delle cose da fare, ma come un respiro necessario, un’ancora di salvezza in mezzo al mare agitato della nostra vita, qualche minuto di preghiera per metterci in ascolto, una pagina del Vangelo per lasciarci interpellare, un esame di coscienza sincero per riconoscere dove abbiamo sbagliato e dove possiamo migliorare, perché Dio continua a parlare, non si è mai zittito, ma occorre un cuore disponibile ad ascoltare, occorre un orecchio pronto a cogliere la sua voce anche nel frastuono della quotidianità, occorre la volontà di fermarsi e di dare spazio alla sua Parola.
Nel Vangelo Gesù affronta un tema molto concreto, un tema che tocca la nostra vita di ogni giorno, un tema che ci mette di fronte a uno degli aspetti più difficili delle relazioni umane, il giudizio verso gli altri, e lo fa con una domanda che risuona nel cuore come un richiamo severo ma pieno di amore, “Perché guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio”, sono parole che ci provocano, che ci smuovono, che ci costringono a fare i conti con la nostra incoerenza, e dobbiamo ammettere che spesso vediamo con chiarezza gli errori degli altri, abbiamo uno sguardo acutissimo per i difetti altrui, ma con molta meno lucidità riconosciamo i nostri, siamo pronti a giudicare, a criticare, a sottolineare le mancanze di chi ci sta accanto, ma facciamo fatica a riconoscere le nostre incoerenze, le nostre cadute, i nostri limiti, come se avessimo due misure diverse, una severa per gli altri e una molto indulgente per noi stessi, e Gesù ci invita a capovolgere questa prospettiva, a cominciare da noi, a mettere ordine prima nella nostra casa interiore prima di pensare a quella degli altri, e non ci chiede di chiudere gli occhi davanti al male, non ci chiede di far finta che il peccato non esista o che gli errori degli altri siano invisibili, ci invita piuttosto a partire dalla nostra conversione, a fare pulizia nel nostro cuore, a togliere prima la trave che ci impedisce di vedere bene, perché solo chi riconosce i propri limiti può guardare gli altri con misericordia, solo chi si lascia correggere da Dio può aiutare davvero un fratello, solo chi ha sperimentato la tenerezza del perdono può essere capace di accogliere e di comprendere le debolezze altrui, e questo è un cammino che richiede umiltà, richiede la capacità di mettersi in discussione, richiede il coraggio di ammettere che anche noi siamo fragili, che anche noi abbiamo bisogno di essere perdonati, che anche noi siamo in cammino e non siamo ancora arrivati alla meta.
Un buon esercizio spirituale che possiamo portare a casa da questa liturgia potrebbe essere questo, prima di esprimere un giudizio su qualcuno, prima di lasciarci andare a una parola di critica o di condanna, fermiamoci un momento e domandiamoci se anche noi abbiamo bisogno di correggere qualcosa nella nostra vita, se anche noi abbiamo qualche trave che offusca il nostro sguardo, se anche noi abbiamo bisogno della misericordia che stiamo per negare a un altro, questo piccolo gesto, questo breve spazio di riflessione, può fare una differenza enorme, perché rende il cuore più umile, più consapevole, più aperto, e le nostre parole, invece di essere cariche di giudizio, diventano più cariche di carità, di comprensione, di vicinanza, imparare a tacere davanti a un difetto altrui quando non abbiamo ancora fatto pace con i nostri è un passo di grande maturità umana e spirituale, e poi, quando saremo diventati più capaci di vedere noi stessi con verità, allora potremo anche aiutare il fratello a togliere la sua pagliuzza, ma con dolcezza, con rispetto, con quella delicatezza che viene da chi sa di essere stato perdonato molto e che quindi può perdonare altrettanto, e questo è il cuore della vita cristiana, non una vita fatta di giudizi e di condanne, ma una vita di misericordia, di accoglienza, di perdono, una vita che imita il Padre che è nei cieli, che non si stanca di perdonare, che non si stanca di attendere il nostro ritorno, che non si stanca di amarci anche quando sbagliamo.
Fratelli e sorelle, la Parola di oggi ci invita ad ascoltare Dio con sincerità, a non chiudere il cuore come il popolo di Israele che preferì le proprie strade alla voce dei profeti, a ricordare che l’allontanamento da Dio non è mai improvviso ma è il risultato di tante piccole scelte quotidiane, e ci invita anche a guardare noi stessi con verità, a riconoscere i nostri limiti prima di soffermarci su quelli degli altri, a fare della conversione personale il punto di partenza per ogni rapporto autentico con il prossimo, e per fare tutto questo, per vivere in questa verità e in questa misericordia, abbiamo bisogno di un cuore umile, un cuore che non si sente superiore a nessuno, un cuore che sa di essere in cammino e che ha bisogno ogni giorno della grazia del Signore, chiediamo allora al Signore questo cuore umile, questo sguardo capace di vedere la trave nei nostri occhi prima di notare la pagliuzza negli occhi altrui, questa capacità di riconoscere i propri limiti con onestà e senza scuse, e allo stesso tempo chiediamo la grazia di trattare i fratelli con la stessa misericordia che desideriamo ricevere da Lui, con la stessa tenerezza che Lui ha verso di noi, con lo stesso amore che non misura, non calcola, non giudica, ma accoglie e perdona sempre, e se impareremo a fare questo, se impareremo a vivere questa duplice conversione, quella verso Dio e quella verso il prossimo, allora la nostra fede diventerà più autentica, più profonda, più vera, e potremo essere per gli altri non dei giudici severi ma dei testimoni della misericordia di Dio, non delle sentenze che condannano ma delle mani che sollevano, non delle parole che feriscono ma delle voci che consolano, e allora il Vangelo sarà davvero luce per il nostro cammino e sale per la nostra vita, e potremo camminare insieme, fratelli e sorelle, verso quella meta che è la comunione piena con Dio e con tutti i nostri fratelli, perché alla fine saremo giudicati sull’amore, sull’amore che abbiamo saputo dare e ricevere, sull’amore che abbiamo saputo perdonare e chiedere perdono, sull’amore che ha saputo vedere oltre le pagliuzze e le travi per scorgere il volto di Dio nascosto in ogni uomo e in ogni donna che incontriamo lungo la strada, e che questo amore sia la nostra guida, la nostra forza, la nostra speranza, oggi e sempre.